Sensibilità Chimica Multipla e Istituto Superiore di Sanità
4 Prefazione dell’autrice Roma, 13 marzo 2019: il convegno sulla MCS era finito da qualche ora quando, all’uscita dalla saletta di Palazzo Madama, l’anziana senatrice si è fermata sulla soglia e mi ha stretto la mano. “ Abbiamo le mani legate ”, ha detto. “ Come politici, siamo disponibili ma… le società scientifiche non riconoscono la malattia ”. L’evento si era tenuto nella sala ISMA del Senato, organizzato da alcune associazioni di malati e su invito di un’altra senatrice. La sala si era riempita di madri, padri, fratelli, sorelle, mogli e mariti di pazienti MCS e io ero una “parente” – una mamma – ma anche un medico di lungo corso. Si era parlato di markers biochimici, segni clinici e strumentali di danno neuronale, fonti di inquinamento indoor e campi elettromagnetici. I relatori erano tutti di prestigio e i dati presentati non erano contestabili. Avevo percepito, nei saluti sommessi, la dolorosa mancanza del professor Genovesi, ma avevo anche respirato la sua eredità spirituale: la forza collettiva di continuare una grande battaglia. Ne ero uscita quasi pervasa di ottimismo e sul finale un’amica attivista si era avvicinata a me: “ Abbiamo ottenuto un incontro con alcuni senatori !” aveva detto raggiante. “ Vuoi venire? C’è anche un altro medico ”. C’era tempo per il treno del tardo pomeriggio e perciò mi ero unita al gruppo. Dopo aver superato le misure di sicurezza di Palazzo Madama ero stata scortata, assieme agli altri, in una saletta dove alcune persone aspettavano sedute in fila un lungo tavolo. Ci era stato fatto segno di accomodarci al lato opposto e io mi ero ritrovata di fronte all’anziana signora. Si era presentata a tutti ma, confusa com’ero dal brusio e dalle circostanze, mi era sfuggito il nome. Eppure, quel viso non mi era nuovo... Durante la riunione, avevamo illustrato ai senatori i problemi dei pazienti MCS e avevo notato attenzione e interesse da parte di tutti. Nel caso della signora di fronte a me, però, non si trattava solo di desiderio di conoscenza: c’era empatia, in quella donna. Perché non riuscivo a metterla a fuoco? All’uscita, con la mano stretta nella sua, l’ho riconosciuta. “Abbiamo le mani legate ”. La scoperta di aver provato simpatia per la senatrice Binetti mi ha lasciato stordita. A dirla tutta, in fatto di fine vita, sui diritti delle donne e in materia di educazione sessuale, ha espresso posizioni che ho sempre trovato detestabili. Solo poco dopo, alla luce improvvisa del pomeriggio romano, è emerso un ricordo: nel lasciare il suo incarico al Senato, Franca Rame aveva ringraziato pubblicamente poche persone e una di queste era proprio la senatrice Binetti. Aveva detto che la senatrice “ l’aveva aiutata , superando «le ideologie» che le dividevano ”. In quel momento non mi sono soffermata su questo pensiero, né mi sono chiesta perché avessi impiegato così tanto a metterla a fuoco. Appena salita sul treno, poi, mi sono appisolata. Ero ormai in uno di quei luoghi senza nome a metà tra la veglia e il sonno quando, nel mio inconscio, è squillata una domanda prepotente, che non le avevo fatto: “ E quali sarebbero le società scientifiche che negano l’esistenza della MCS? ”. Mi sono
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