Sensibilità Chimica Multipla e Istituto Superiore di Sanità
26 della malattia: « Il riconoscimento di questa sindrome come malattia in grado di causare disabilità permanente necessiterebbe di cambiamenti nella copertura e nell’erogazione dei servizi sanitari, nell’attribuzione dei compensi ai lavoratori e nella regolazione delle sostanze chimiche nei luoghi di lavoro e nell’ambiente negli Stati Uniti […] il fardello economico imposto dalla riduzione diffusa delle esposizioni a livelli di grandezza molto inferiori a quelli considerati sicuri per la maggior parte delle persone per proteggere anche il più sensibile membro della popolazione può essere più di quello che la società può o desidera sopportare. I costi economici di un simile approccio potrebbero essere enormi » (23). In altre parole, il sistema produttivo non intende sopportare i costi di un eventuale danno alla salute prodotto da sostanze chimiche a concentrazioni fino a oggi ritenute sicure al solo scopo di proteggere alcune persone fragili. Più chiaro di così… Nel GdL erano presenti ben quattro cattedratici di Medicina del Lavoro, la categoria professionale che più di altre ha incontrato persone con questi strani corredi sintomatologici. Si tratta di quattro personaggi prestigiosi nel loro campo e, nonostante in Italia la conflittualità non fosse così accesa come negli USA, erano evidentemente tutti consapevoli delle implicazioni del riconoscimento della MCS come malattia indotta da sostanze tossiche, perché nel documento del GdL hanno ignorato la definizione proposta da Claudia Miller – TILT, ovvero Toxicant-Induced Loss of Tolerance (Perdita di Tolleranza Indotta da Sostanze Tossiche) – e non si sono accontentati neppure di quella più diffusa. Prendendo ispirazione da una definizione che non aveva alcun consenso ufficiale (quella dell’IPCS), hanno deciso di aggiungere l’aggettivo « idiopatica » (con tutta la sua ambiguità e ipocrisia) al termine « intolleranza », accogliendo così senza resistenza alcuna l’idea che la malattia fosse di origine psichica. La diagnosi condannava i malati, ma risolveva molti problemi. Dei rimanenti 8 studi non recensiti da altri, uno rappresenta la proposta di un’ipotesi sul meccanismo psicopatogenetico della MCS. Gli autori sono Giardino N. D. e Lehner P. M. , e il titolo è Behavioral conditioning in idiopatic environmental intolerance (28). Non è uno studio su pazienti, ma l’esposizione della teoria degli autori, secondo cui la IEI sarebbe l’evoluzione clinica di uno stress sul quale si è innescato un riflesso complesso che parte da quello pavloviano. Gli odori incriminati sarebbero lo stimolo secondario associato allo stimolo primario (le sostanze chimiche) che ha provocato il danno. Secondo questa teoria, gli odori avrebbero quindi il ruolo del suono della campanella negli esperimenti di Pavlov: evocare riflessi positivi o negativi a seconda dell’evento a essi collegato. Questi riflessi, poi, attraverso processi di sensibilizzazione e generalizzazione, perderebbero specificità fino a coinvolgere non solo il sistema nervoso centrale e autonomo, ma anche il sistema immunitario. Si tratta insomma della proposta di una teoria patogenetica che non vuole spiegare completamente la IEI ma che, secondo Giardino e il suo gruppo, potrebbe integrare le altre conoscenze. Nell’articolo si legge: « Non intendiamo in nessun modo suggerire che il condizionamento comportamentale (behavioral conditioning) spieghi completamente la IEI (invero presenteremo dati che dimostrano che non può). Presentiamo una revisione di teorie ed evidenze che propongono il condizionamento comportamentale come un possibile cofattore allo sviluppo di questo disordine poco capito ». Su questa base, gli autori ritengono che alcuni trattamenti desensibilizzanti potrebbero rivelarsi utili per i pazienti con IEI, tuttavia riconoscono che questi, che si
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