Sensibilità Chimica Multipla e Istituto Superiore di Sanità
27 sono dimostrati molto efficaci nella sindrome da stress post-traumatico, risultano pressoché inutili con i malati ambientali. Concludono affermando che si tratta di una forma morbosa in gran parte sconosciuta, per cui sono necessarie ulteriori ricerche per comprendere il fenomeno. Meccanismi simili a questo saranno evocati da Black e Staudenmayer, che però li sosterranno con molta maggior convinzione e li aggiungeranno ad altri, tutti di origine psichica. Gli altri studi hanno la caratteristica comune di mettere a confronto la prevalenza di disturbi psicologici nei pazienti con MCS con quella in pazienti con altre patologie o in controlli sani. Il primo è uno studio del 1993, l’autore principale è G. E. Simon e il titolo è Immunologic, Psychological, and Neuropsichological Factors in Multiple Chemical Sensitivity (29). Una serie di parametri immunologici e test psicologici in un gruppo di 26 persone con MCS vengono confrontati con quelli di un gruppo di pazienti che soffrono di patologie muscolo-scheletriche da lavoro o post-traumatiche. L’autore dichiara di aver posto molta cura nella selezione dei partecipanti, per non incorrere nell’errore metodologico del suo precedente studio, errore di cui era evidentemente consapevole 17 . Dal confronto emerge che fra i due gruppi non vi sono differenze immunologiche significative ma, sul piano psicologico, nei pazienti con MCS vi è una maggior prevalenza di stati di ansia, depressione e ipocondria (45% vs 15%). Gli autori concludono che questi tratti psichici possono giocare un ruolo importante nella genesi della malattia. A questo studio si possono fare un paio di importanti critiche. La prima è che i pazienti del gruppo di confronto non soffrono di patologie sconosciute che coinvolgono il sistema nervoso centrale, ma di affezioni ben note del comparto muscolo scheletrico: forme morbose croniche, più o meno invalidanti, però ben inquadrate dal sistema sanitario e perciò familiari e accettate dalla società (aspetto, questo, non certo irrilevante nel sedare l’ansia che un’infermità, negata e che non si risolve in tempi brevi, inevitabilmente produce). La seconda critica è che i pazienti del gruppo di controllo non sono costretti a una reclusione permanente a causa di barriere che impediscono la vita sociale e questo aspetto viene ignorato non solo da Simon, ma da tutti i ricercatori che hanno studiato la relazione fra ansia, depressione e MCS. Eppure, nel 1993 dovrebbe essere almeno “intuitivo” che la reclusione e l’impedimento ai rapporti affettivi e sociali non può che peggiorare una situazione neuro-psicologica. Forse gli studiosi hanno pensato che queste barriere non esistono e che sono nella mente dei pazienti; tuttavia, è sorprendente che il rapporto fra isolamento forzato e depressione non sia stato assolutamente preso in considerazione. Lo studio più recente della bibliografia dell’ISS è del 2006, l’anno in cui il GdL ha cominciato a lavorare, e ha come autore principale L. M. Binder . Dal titolo MMPI-2 Profiles of Persons with Multiple Chemical Sensitivity (30), lo studio presenta il confronto tra i profili psicologici di 14 pazienti con MCS (rilevati al momento dello studio) e quelli di due gruppi di controllo composti da persone affette da convulsioni epilettiche e non-epilettiche di origine sconosciuta. Questi gruppi di controllo sono ricavati dagli archivi dell’autore, che dichiara che hanno caratteristiche generali tali da consentire il raffronto. 17 A. Davidoff aveva messo in evidenza come un grave bias dello studio precedente di Simon fosse legato proprio alla selezione dei pazienti (16).
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