Sensibilità Chimica Multipla e Istituto Superiore di Sanità
29 costoro, proprio perché non hanno un momento di riferimento, siano stati inconsapevolmente esposti più a lungo degli altri a sostanze tossiche e quindi hanno subito uno stress maggiore. Il terzo studio, Chemical Sensitivity: The Scientific Literature (34), è una rassegna della letteratura sulla MCS ed è basato sulle relazioni di un convegno che si è tenuto un anno prima a Princeton. Lo scopo del convegno avrebbe dovuto essere « sviluppare degli approcci sperimentali per testare il rapporto fra esposizione a basse concentrazioni di sostanze chimiche e sintomatologia fra le persone sensibili » , ovvero rispondere alla domanda: « Esiste un sottoinsieme di pazienti che, quando esposti a concentrazioni di sostanze chimiche ben al di sotto degli standard tollerati dalla maggior parte degli individui, manifesta una sintomatologia che possa essere quantificata oggettivamente? » La rassegna prende in considerazione i risultati di 10 studi (fra cui quelli già citati di Stewart & Ruskin, D.W. Black e G.E. Simon) e ne riporta i risultati: dati demografici, scolarità, tempo d’insorgenza e durata della malattia, fattori scatenanti, sensibilità alle sostanze chimiche, sistema immunitario, organi o sistemi coinvolti, prove di stimolazione, valutazioni neuropsicologiche e profilo psichiatrico, confrontando i risultati riportati dai vari gruppi. Il dato più importante, che emerge con disarmante costanza, è che i pazienti con MCS soffrono più spesso delle persone normali di depressione, ansia e sintomi di cui non si conosce l’origine; a volte, questi sintomi sono collocati nel capitolo dell’ipocondria, mentre altre volte vengono classificati come disturbi somatoformi. Tuttavia, il convegno non fornisce risposte alla domanda che si era posto: non suggerisce approcci sperimentali e non identifica il sottoinsieme delle persone sensibili. In conclusione, Nancy Fiedler ammette che è molto difficile trovare dei gruppi omogenei da studiare, anche usando la definizione di MCS proposta da Cullen; d’altra parte, insiste, « capire le caratteristiche dei soggetti da studiare è cruciale per capire la sensibilità chimica ». La conclusione della Fiedler è che « qualunque sia la causa, il primo passo necessario per stabilire se la sensibilità chimica rappresenti una malattia che richiede un nuovo modello, come descritto dalla Miller, è dimostrare una relazione fra esposizione a sostanze chimiche, ai livelli riportati clinicamente, e sintomi in un gruppo ben definito di pazienti » . Da tutto il suo lavoro appare che l’autrice non sia del tutto convinta che la MCS sia di origine psichica: ammette di non sapere quale sia l’essenza della entità clinica a cui si trova di fronte e invita alla ricerca. D. W. Black , invece, non ha dubbi e nel 2000 intende riaffermare l’origine psichica della IEI/MCS con un articolo dal titolo The Relationship of Mental Disorders and Idiopathic Environmental Intolerance , in cui riunisce tutte le prove di cui dispone per supportare la tesi (18) 20 . Lo scritto è composto da una rassegna di 12 lavori di vari autori, seguita dai riassunti di tre studi dello stesso Black: uno studio retrospettivo sull’evoluzione clinica dell’IEI, uno studio che contiene un’analisi sul rapporto fra IEI e incidenza di problemi 20 Questo studio è uno dei tre citati nel paragrafo « Trattamento » ed è quello a sostegno dell’affermazione che nell’IEI è inutile evitare l’esposizione agli agenti chimici (cosa che, come vedremo, l’autore non riesce a dire).
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