Sensibilità Chimica Multipla e Istituto Superiore di Sanità

34 meccanismi biologici, ad esempio i lavori di R.W. Haley e di Martin Pall 33 , usciti rispettivamente nel 1999 e nel 2002, che mostrano l’uno la minor efficienza dell’enzima detossificante arilesterasi nei veterani colpiti da Sindrome del Golfo e l’altro il ruolo del mancato smaltimento dei radicali liberi (42) (24). Questi studi avrebbero fatto sorgere un dubbio a chiunque, ma Staudenmayer non è proprio il tipo da avere dubbi. Quindi, senza citare le fonti, risponde alle critiche che alcuni studiosi (psichiatri e non) hanno fatto ai metodi con cui sono stati condotti gli studi dei sostenitori della teoria psicogena e usa gli stessi argomenti di Black. Come lui, afferma tranquillamente che « anche se le selezioni dei partecipanti non erano state accurate e i parametri misurati non erano confrontabili », il fatto che tutti gli studi siano pervenuti a risultati simili sta ad indicare che sono sostanzialmente corretti. Conclusi questi due compiti, l’autore inizia a dimostrare come la teoria psicogena soddisfi i criteri di Bradford Hill e affronta un criterio dopo l’altro. Il primo criterio, “forza dell’associazione”, sarebbe soddisfatto perché tutti i sintomi dei pazienti (con l’esclusione di quelli sicuramente attribuibili ad altre cause) sarebbero di origine psichica. Lo stato di ansia e gli attacchi di panico sono tipici disturbi psicologici, come pure tutti i sintomi somatoformi. In tutte le cosiddette malattie ambientali – ovvero sindrome dell’edificio malato, tossicità da amalgama dentale o da xenotrapianti, sindrome della Guerra del Golfo, sensibilità ai campi elettromagnetici, malattie indotte da muffe, etc. – non era stata scoperta alcuna base organica. Invece, la teoria psicogena presuppone che vi sia una predisposizione genetica e una storia di abusi di vario tipo. Questa associazione, dice Staudenmayer, è stata trovata. Secondo criterio: “consistency”. Bradford Hill aveva scritto che il criterio doveva rispondere alla domanda: il fenomeno è stato osservato più volte, in persone diverse, in posti, circostanze e tempi diversi? Tuttavia, Staudenmayer ne dà una interpretazione personale e non riporta né tempi e circostanze di osservazioni di casi né focolai di MCS fatti da gruppi indipendenti. Riporta invece alcuni studi, fra cui uno suo, in cui i gruppi di persone con sensibilità chimica sono stati sottoposti a esperimenti di stimolazione olfattiva. I risultati degli studi sono che le risposte dei partecipanti sembrano guidate dal caso e quindi negano l’ipotesi di ipersensibilità. Dopo aver rigettato le critiche che alcuni (che non nomina) hanno sollevato nei confronti dei metodi con cui gli studi sono stati condotti, giunge alla conclusione che i risultati soddisfano il secondo criterio di Hill. Vale la pena di accennare qui ai princìpi metodologici a cui avrebbero dovuto attenersi gli sperimentatori che volessero verificare la sensibilità alle sostanze chimiche con esposizioni alla cieca: Claudia Miller, a suo tempo, aveva chiaramente spiegato quali fossero i criteri che dovevano guidare la selezione dei partecipanti agli studi e come questi dovessero essere preparati. I pazienti dovevano essere abbastanza gravi, non semplicemente ipersensibili agli odori. Aveva perciò messo a punto uno strumento sensibile e specifico, l’EESI, un questionario capace di consentire una selezione corretta; aveva anche ammonito che, prima di sottoporre una persona con MCS a una stimolazione olfattiva, è importante farle trascorrere un periodo di disintossicazione in ambiente pulito, 33 Gli articoli che Martin Pall aveva pubblicato prima del 2002 sullo stress ossidativo erano già molto numerosi, ma qui viene citato quello che affronta il tema in maniera più esaustiva.

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