Sensibilità Chimica Multipla e Istituto Superiore di Sanità
54 indagare sulle differenze fra tempi di comparsa e modalità di manifestazione fra le sindromi endogene psichiatriche e quelle causate dalle sostanze chimiche per non sbagliare nella diagnosi, poiché i sintomi possono sovrapporsi .” Inoltre: “ A questo proposito sarebbe utile raccogliere maggiori informazioni al fine di condurre studi epidemiologici longitudinali.” L’ ultima frase non può che trovarmi d’accordo, mentre ritengo che parlare di sindromi “endogene” psichiatriche sia azzardato, visto che la psichiatria stessa le sta mettendo in discussione. Per indurre la comparsa di disturbi psicologici reattivi quali ansia e depressione sono sufficienti stimoli molti inferiori a quelli che sono costretti a sopportare le persone malate di MCS: l’esperienza della pandemia ce lo ha insegnato molto bene. La sensazione che ho avuto dopo aver letto l’articolo è quindi che gli autori si muovano con estrema prudenza, ma che abbiano in mente una direzione. Ho individuato questa direzione leggendo i due studi successivi. Il titolo del primo studio fornisce già un’indicazione chiara. Recita: “Sensibilità Chimica Multipla: ricerca di un consenso scientifico e bisogno di una risposta da parte della sistema sanitario pubblico ”. Lascia quindi intendere ciò che tutti sappiamo, ovvero che, oggi, una tale risposta del SSN non c’è, nonostante le rassicurazioni a suo tempo fornite dal GdL e dal CSS. Sono di nuovo elencate le ipotesi patogenetiche sull’MCS, le varie indagini diagnostiche sperimentate (strumentali, biochimiche, genetiche) e seguono i problemi terapeutici che la malattia pone. Alle fine, alla luce della complessità del problema, gli autori fanno la loro dichiarazione: “ È necessario ora sviluppare una rete nazionale di centri pubblici capaci di diagnosticare casi potenziali di MCS, seguendo una iniziativa di formazione, disegnata dall’ ISS con la collaborazione di altri centri. Per un lungo periodo l'ipotesi psichiatrica-psicosomatica è stata molto considerata, contrapponendosi apertamente all'ipotesi tossicologica. Attualmente l'atteggiamento scientifico è cauto, anche in considerazione della difficoltà di valutare con certezza l'eziologia delle malattie psichiatriche unita, viceversa, alla certezza che alcune sostanze chimiche siano neuro- e cardio-tossiche (es. psicosindromi ed encefalopatie da solventi), mentre di diverse sostanze e miscele non si conosce ancora il potenziale tossico. Questo significa costruire un sistema nazionale di sorveglianza epidemiologica di potenziali casi di MCS creando una rete di centri che usano un protocollo condiviso.” Un simile programma è auspicabile e condivisibile. Tuttavia, è necessario tenere presente che la sua efficacia dipenderà da molti fattori: organizzazione, risorse disponibili, competenza dei partecipanti, presenza di conflitto di interessi, numero dei soggetti pubblici coinvolti e spazio dato alle associazioni dei malati. Da tutto questo dipenderanno la qualità e l’adeguatezza del protocollo che verrà proposto. Il messaggio che ho ricevuto da questo articolo è quindi che i vertici di chi si occupa di ambiente e salute siano consapevoli che sono maturati i tempi per cambiare le modalità con cui deve essere affrontata l’MCS e tutte le malattie ambientali. Sabrina Rossi ritorna sull’argomento in un lungo articolo di cui è unica autrice, pubblicato quest’anno su Rapporti ISTISAN . Anche in questo caso il titolo è significativo e promettente. “ Sensibilità chimica multipla: un campanello d’allarme per l’inquinamento chimico? ” è uno scritto con molti aspetti pregevoli e qualche criticità, che si sviluppa come una carrellata precisa e puntuale sull’attività per l’MCS svolta negli ultimi vent’anni in Italia da tutti i soggetti coinvolti. Lo scopo e lo spirito della pubblicazione si colgono bene nell’abstract: “ La sensibilità chimica multipla è una
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